mercoledì 23 ottobre 2013

Pulizia del cervello durante il sonno

Secondo una nuova ricerca, dormire servirebbe al cervello per effettuare "grandi pulizie". Per eliminare le scorie del metabolismo cellulare, infatti, il cervello non può usare il sistema linfatico come il resto del corpo,  perché è  isolato dalla barriera ematoencefalica. Il sistema alternativo a cui ricorrre - detto glinfatico - consuma però una tale quantità di energia da impedirgli di alimentare contemporaneamente anche lo stato cosciente

Permettere la ripulitura del cervello da scorie potenzialmente neurotossiche. Sarebbe questa la ragione per cui si è evoluto il sonno, secondo una ricerca condotta presso il Centro di neuromedicina dell'Università di Rochester diretto da Maiken Nedergaard, ora pubblicata su “Science”.

Tutti noi abbiamo bisogno di un adeguato numero di ore di sonno per “funzionare” bene il giorno successivo e mantenerci in salute. Tuttavia, le ragioni per cui dormiamo non sono state chiarite a fondo. Risultati recenti hanno dimostrato che il sonno aiuta a memorizzare e consolidare i ricordi, e a elaborare migliori schemi comportamentali. Per quanto importantissima, questa funzione non sarebbe in grado però di spiegare l'evoluzione del sonno: i soli benefici che essa comporta non sembrano infatti sufficienti a compensare il rischio legato alla vulnerabilità in cui ci si trova dormendo, né a spiegare adegiatamente i gravissimi sintomi che si manifestano in chi viene privato a lungo del sonno.

Per cercare di capire quale possa essere la funzione di base del sonno, nel nuovo studio i ricercatori hanno esaminato il cervello di un gruppo di topi - il cui sistema nervoso centrale è molto simile a quello degli esseri umani – alla luce di una recente scoperta fatta da Nedergaard e colleghi sul sistema di smaltimento dei rifiuti metabolici cerebrali.

La tempestiva rimozione di questi rifiuti è essenziale per evitare l'accumulo incontrollato di proteine tossiche, un fenomeno che si riscontra pressoché in tutte le patologie neurodegenerative. Tuttavia, nel cervello la rimozione delle scorie cellulari potenzialmente tossiche non è garantita dal sistema linfatico come nel resto dell'organismo, a causa della barriera ematoencefalica, che controlla strettamente ciò che entra ed esce dal cervello.

Lo scorso anno il gruppo di ricerca di Nedergaard aveva scoperto l'esistenza a livello cerebrale di un nuovo sistema che si comporta in modo molto simile a quello linfatico, controllando il flusso del liquido cerebrospinale attraverso l'azione delle cellule gliali (per questo, il sistema è stato battezzato "glinfatico").

Le grandi pulizie cerebrali avvengono nel sonno
Confronto fra la circolazione interstiziale del fluido cerebrospinale in un topo sveglio e in uno che dorme. (Cortesia V. Altounian/Science/AAAS)
L'ipotesi avanzata dai ricercatori era che durante il sonno il sistema glinfatico fosse più attivo. Grazie a nuove, sofisticate tecnologie di imaging, come la microscopia a due fotoni, i ricercatori hanno potuto osservare i moti del fluido cerebrospinale in vivo confermando che il sistema glinfatico è quasi dieci volte più attivo durante il sonno, e che mentre si dorme viene rimossa una quantità di proteina beta ammiloide significativamente più elevata di quanto avvenga da svegli.

Ma non solo: hanno scoperto che questo meccanismo di smaltimento dei rifiuti è estremamente energivoro: "Il cervello ha a propria disposizione solo una quantità limitata di energia; e a quanto pare si trova costretto a scegliere tra due diversi stati funzionali: essere sveglio e cosciente, o addormentato e dedito alle pulizie”, ha detto Nedergaard.

Un'altra sorprendente scoperta fatta nel corso della ricerca è che durante il sonno il flusso del liquido cerebrospinale negli spazi interstiziali del cervello aumenta del 60 per cento, come se le sue cellule in qualche modo si “stringessero” per permettere un lavaggio più efficace del tessuto cerebrale.


Fonte: lescienze.it


martedì 22 ottobre 2013

E il nobel 2013 per la medicina

l premio Nobel 2013 per la Medicina, il primo della serie a essere annunciato, è stato assegnato a due studiosi americani, James Rothman e Randy Schekman, nonchè al tedesco Thomas Sudhof per, si legge nella motivazione, le loro scoperte sulle modalità di "controllo estremamente preciso" con cui le cellule organizzano il sistema di "trasporto e distribuzione del proprio carico". I tre scienziati si suddivideranno una ricompensa da 8 milioni di corone svedesi, pari a oltre 918.000 euro.

Hanno scoperto il meccanismo con cui le cellule organizzano le loro attività all'interno e comunicano con l'ambiente che le circondano: tutto grazie ad un sistema vescicolare con cui molecole e proteine possono essere spostate da un compartimento all'altro della cellula, ad esempio per avere ulteriori complessazioni o per essere portate sulla membrana cellulare, oppure per liberare verso l'esterno sostanze e comunicare con le altre cellule come avviene con il rilascio dei neurotrasmettitori tra le cellule nervose nelle sinapsi.

È d'accordo sulla tripla assegnazione del premio Edoardo Boncinelli, genetista all'università Vita-Salute San Raffaele di Milano, secondo cui gli studi dei tre Nobel "rappresentano le fondamenta per chiarire i meccanismi cruciali nel funzionamento delle cellule e per contrastare un gran numero di patologie, come la fibrosi cistica e molte malattie del sistema nervoso". Boncinelli paragona l'importanza delle scoperte dei tre scienziati ai semafori in città: sono cioè fondamentali. Giuseppe Novelli, genetista e neo rettore dell'Università Tor Vergata di Roma, sottolinea che "è sulla base degli studi condotti da Schekman, Südhof e Rothman che oggi si poggiano le ricerche su alcune patologie come l'Alzheimer e il Parkinson, ma anche le ricerche che spiegano come nascono le emozioni".
Silvio Garattini, direttore dell'Irccs di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano, sottolinea che il meccanismo di trasporto delle cellule è "fondamentale anche per capire il meccanismo d'azione di molti farmaci, e per scoprirne e svilupparne di nuovi, perché le vescicole-navicella possono anche diventare bersagli per lo sviluppo di nuove medicine".

Per questo Randy Wayne Schekman, James Rothman e Thomas Sudhof hanno vinto il Nobel per la Medicina. Randy Wayne Schekman (nato il 30 dicembre, 1948 ) è un biologo cellulare americano presso la Berkeley in California ex caporedattore della prestigiosa rivista Proceedings of National Academy of Sciences. I suoi studi di laboratorio si sono concentrati sulle descrizioni molecolari del processo di assemblaggio della membrana e del traffico vescicolare nelle cellule eucariotiche.
Nel 2002 ha ricevuto il premio Albert Lasker per la ricerca medica di base e il Louisa Gross Horwitz Prize della Columbia University insieme a James Rothman proprio per la loro scoperta del "traffico" della membrana cellulare, processo che le cellule usano per organizzare le loro attività e comunicare con il loro ambiente.

Nel 2013 è stato eletto membro straniero della Royal Society, con la seguente motivazione.
Thomas C. Sudhof (nato il 22 dicembre 1955 a Gottingen , Germania) è un biochimico noto per i sui studi sulla trasmissione sinaptica . Dal 1986, i suoi studi hanno chiarito molte delle principali proteine che mediano le funzioni presinaptiche. Il suo lavoro ha posto le basi per la nostra attuale comprensione scientifica del rilascio di neurotrasmettitore vescicola -mediata, e il suo lavoro continua concentra sulla specificità di sinaptogenesi e manutenzione sinaptica. Sudhof si trasferì negli Stati Uniti nel 1983, dove ha iniziato la formazione post-dottorato nel dipartimento di genetica molecolare presso l'Università del Texas Health Science Center a Dallas. Durante la sua borsa di studio post-dottorato, Sidhof lavorato per descrivere il ruolo del recettore LDL nel metabolismo del colesterolo, per cui Brown e Goldstein hanno ricevuto il Premio Nobel per la Fisiologia e la Medicina nel 1985. Nel 2008, si trasferisce alla Stanford University ed è attualmente Professore presso la Scuola di Medicina e Professore di Fisiologia Cellulare e Molecolare, Psichiatria e Neurologia. James E. Rothman (nato nel 1947), infine, è professore di Scienze Biomediche dell'Università di Yale e presidente del Dipartimento di Biologia Cellulare presso l'Università di Yale Medical School. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Premio Louisa Gross Horwitz presso la Columbia University e il Premio Lasker Albert per la ricerca medica di base. Rothman ha iniziato la sua carriera presso il Dipartimento di Biochimica dell'Università di Stanford nel 1978. Era alla Princeton University dal 1988 al 1991 prima di venire a New York per fondare il Dipartimento di Biochimica e Biofisica Cellulare al Memorial Sloan -Kettering Cancer Center, dove è stato anche vice presidente. Rothman è membro della National Academy of Sciences. .

I premi nobel


Medicina e fisiologia: i premi Nobel 2012Il premio Nobel per la medicina e la fisiologia del 2012 è stato attribuito a John B. Gurdon e Shinya Yamanaka per aver dimostrato con le loro ricerche la possibilità di riprogrammare cellule adulte in cellule staminali pluripotenti



L'Accademia di Stoccolma ha riconosciuto quest'anno il Premio Nobel per la Medicina e la Fisiologia a John B. Gurdon e Shinya Yamanaka, per i loro"studi sulle cellule staminali che hanno aperto le porte ad applicazioni cliniche di enorme importanza."


John Gurdon © JOHN OVERTON/epa/Corbis
Il legame tra i due studiosi è quello che va dall'intuizione della nuova strada di ricerca e termina col suo perfezionamento.

Il biologo britannico John B. Gurdon è unanimemente riconosciuto come uno dei pionieri nella ricerca sulle staminali. Già nel 1962 scoprì, lavorando sulle rane, che la specializzazione delle cellule è un processo reversibile, cambiando uno dei dogmi della biologia dello sviluppo di allora. Egli riuscì a inserire il nucleo di una cellula intestinale matura in cellule uovo immature. La cellula così modificata diede poi origine a un girino.

Quarant'anni più tardi, Shinya Yamanaka, ha dimostrato in che modo cellule mature di topo possono essere riprogrammate per dare origine a cellule staminali immature. L'aspetto più sorprendente della ricerca, fu che bastò l'introduzione di soli pochi geni per riprogrammare le cellule mature in cellule staminali pluripotenti, in grado a loro volta di differenziarsi in tutte le cellule dell'organismo.

Inizialmente accolta con scetticismo, la scoperta di Gurdon dimostrò la sua validità e fu successivamente applicata e confermata nei mammiferi. Rimaneva solo una questione, cruciale tuttavia per le applicazioni cliniche: lo stesso processo di riprogrammazione poteva essere indotto in cellule intatte, cioè senza inserire il nucleo di un'altra cellula?

Che la risposta fosse affermativa si è scoperto solo nel 2006, grazie agli studi di Yamanaka, il quale, una volta individuati i geni in grado di mantenere le cellule staminali embrionali in vitro nel loro stato di pluripotenza, è riuscito a utilizzare quegli stessi geni per riprogrammare cellule mature e farle diventare pluripotenti.

Chi è John B. Gudron
La fortunata linea di ricerca di John Bertrand Gurdon, classe 1933, inizia nel 1958, quando, nell’ambito del PhD in zoologia presso l’Università di Oxford, nel Regno Unito, riesce a trapiantare il nucleo di una cellula somatica di rana del genere Xenopus, sulla falsariga di un analogo lavoro di Robert Briggs di sei anni prima con cellule di blastula. Negli anni successivi, le ricerche vennero perfezionate fino al risultato del 1962, pubblicato sul “Journal of embryology and experimental morphology”. La discussione generata dal risultato porta, tra l’altro, alla prima utilizzazione nota del termine “clone”, rimasta in voga da allora in campo biomedico.

Fino al 1971 rimane a lavorare a Oxford, dove sviluppa la tecnica di microiniezione di molecole di RNA messaggero, largamente utilizzata negli anni successivi, in ovociti di Xenopus al fine di identificare le proteine codificate e la loro funzione. Successivamente si trasferisce all’Università di Cambridge, prima al Dipartimento di Biologia molecolare poi, a partire dal 1983, a quello di Zoologia. Negli ultimi due decenni, le sue ricerche si sono focalizzate sui fattori di segnalazione intercellulare che portano alla differenziazione delle cellule e sulla riprogrammazione dei nuclei trapiantati, tra cui la demetilazione del DNA.

Nella sua lunga carriera, Gurdon ha fatto parte di numerosi istituti di ricerca, tra cui il Wellcome/CRC Institute for Cell Biology and Cancer, di cui è stato direttore fino al 2001, ed è stato membro del Nuffield Council on Bioethics, tra il 1991 e il 1995, nonché del Magdalene College di Cambridge, tra il 1995 e il 2002. In suo onore, l’Istituto di Biologia cellulare del Wellcome Trust/Cancer Research è stato ribattezzato Gurdon Intitute nel 2004. Nel 2009 è stato insignito del Premio Albert Lasker for Basic Medical Research.

Chi è Shinya Yamanaka
Nato nel 1962, Shinya Yamanaka ha dedicato la sua carriera alla ricerca sulle cellule staminali adulte. Laureatosi in medicina all’Università di Kobe e conseguito il PhD all’Università di Osaka, ha condotto i suoi studi e insegnato in numerosi istituti e università giapponesi e non: Gladstone Institute of Cardiovascular Disease dell’Università della Californa a San Francisco (1993-1995), Università di Osaka (1996-1999), Nara Institute of Science and Technology (199-2003) Institute for Frontier Medical Sciences (2004-2010). Attualmente è direttore del Center for iPS Cell Research and Application dell’Università di Kyoto.

Nel 2006 è avvenuta la pubblicazione del risultato che gli è valso la fama scientifica, oltre al Premio Nobel appena attribuito: la generazione di cellule staminali pluripotenti a partire da fibroblasti adulti di topo. Nel 2007, l’ulteriore, fondamentale progresso, con la replicazione del risultato con fibroblasti adulti umani.


martedì 15 ottobre 2013

Comprendere l'Ansia

Da uno studio della dott.ssa Tina Calbi







ANSIA

L’ansia non è solo un limite o un disturbo, ma riconosciuta e analizzata può diventare uno strumento di analisi di se stessi ed essere UTILIZZATA come una RISORSA.

Almeno un terzo della popolazione mondiale ha avuto o potrà avere un disturbo d’ansia nel corso della propria vita.

Questo perché l’ansia è una condizione FISIOLOGICA, utile in molti momenti della vita.
E’ UTILE a proteggerci dai rischi, a mantenere lo stato di allerta, a migliorare le prestazioni.

L’ansia BUONA, fisiologica e funzionale rappresenta una sollecitazione che ci muove e ci fa selezionare gli stimoli con maggiore attenzione.

In realtà non potremmo vivere senza ansia e senza di essa molte emozioni sarebbero più sbiadite, meno intense e suggestive. Pensiamo ad un incontro con una persona che ci attrea e ci interessa e al corollario di emozioni che accompagna questo evento…

L’ansia può essere quindi uno STRUMENTO o un LIMITE a seconda dell’USO che ne facciamo o del modo in cui la viviamo.
L' ansia è una risposta sostanzialmente fisiologica ad una sollecitazione interna o esterna che il cervello riceve.
La percezione che normalmente si ha dell'ansia è, nel linguaggio comune, di qualcosa di fastidioso, che procura disagio o addirittura sofferenza nell'individuo.

Ogni giorno almeno dieci persone ci rispondono alla fatidica domanda "Come stai?" con una risposta che ci fa capire che sono ansiosi.
"Sto correndo per non perdere l'autobus" ,
"Ho un appuntamento tra dieci minuti" ,
"Voglio arrivare in tempo per federe la partita" ,
"Scusa, ma mi chiudono i negozi" , oppure
"Domani ho un esame, chissà…" .

Tutti questi nostri amici e noi stessi sappiamo che per realizzare tutte quelle cose abbiamo assolutamente bisogno di una spinta, di una sollecitazione che ci muove e ci fa selezionare gli stimoli con attenzione.

In realtà non potremmo vivere senza ansia: immaginiamoci ad attraversare la strada, ad aprire una porta in risposta al campanello, a prepararci per un esame.

Senza l'ansia tutti questi comportamenti non potrebbero prevedere la capacità d'adattamento per rispondere ad uno stimolo che compare,talvolta d'improvviso a modificare i nostri equilibri, mentre altre volte lo conosciamo in anticipo e dobbiamo solo organizzarci.

Esiste quindi una condizione connaturata con l'individuo, fatta di attese, di preparazione, di sforzo, che fornisce una risposta a ciò che internamente o esternamente ci sollecita.
L'ansia nasce quindi anche dai ricordi o dalle emozioni, dalla elaborazione di quello che ci è successo in passato o che potrà accaderci in futuro.

E poi c'è quella forma di ansia del tutto sconosciuta e maldestra, che proviene dall'inconscio, che non sappiamo razionalizzare e che ci attanaglia perché sfugge ad ogni identificazione.
Paradossalmente questa condizione di tensione è quella che corrisponde all'equilibrio.
Non potremmo vivere senza questa situazione squilibrata di equilibrio.
Eppure il più delle volte non ce ne rendiamo conto:
ci aspetteremmo che il benessere venga dall'assenza di stimoli, mentre questa condizione ideale corrisponde solo alla "non esistenza" .

Il sonno stesso, ritenuto come una condizione di allontanamento dagli stimoli esterni, è invece un immenso crocevia di sollecitazioni inconsce e di elaborazioni necessarie per la vita della nostra esistenza.

Bisogna quindi effettuare una sostanziale divisione tra ansia fisiologica o normale e ansia patologica.
L'elemento che li distingue è la percezione che noi riceviamo dal cervello e dal corpo che lo stato di attesa è solo un punto di passaggio, un ponte capace di farci nuovamente reagire, che ci rende pronti ad una sollecitazione che ci stimola.

La differenza fondamentale tra la normalità e la malattia dell'ansia consiste quindi nella percezione di disagio che proviamo quando siamo di fronte alla tensione, alla preoccupazione, al malessere che sentiamo in assenza di stimoli esterni o interni.

È ansia quindi il sentirci pronti a reagire anche quando non avremmo motivo o bisogno di essere reattivi, quando siamo pronti a scattare e nulla ci allarma, quando proviamo una serie di segni fisici o psicologici anche se potremmo sentirci tranquilli e rilassati. E quando tutto ciò agisce dolorosamente sia su di noi che su quelli che a noi stanno vicini.

Negli ultimi 30 anni si è potuto verificare come almeno un terzo della popolazione mondiale ha avuto o potrà avere un disturbo d'ansia nella loro vita:si è sempre pensato che i traumi psicologici potessero essere all'origine dei disturbi d'ansia mentre ora sappiamo con certezza che , nella maggior parte dei casi l'origine dell'ansia va addebitata sostanzialmente ad un disturbo, ad una malattia del cervello.

Quest'impostazione non esclude la componente psicologica, né quella ambientale, sociale o educativa.

Andiamo incontro ad un'integrazione, in cui dovremo accettare che anche i disturbi psicologici, come quelli fisici sono il risultato di una d'integrazione tra il nostro corpo e la nostra mente.

L'ansia è dunque il crocevia tra come siamo fatti e come il mondo estremo interagisce con noi.
Il risultato è che non potremo mai sperare di vivere senza ansia per quanto le regole impegnative del mondo ci impongono degli adattamenti a cui tentiamo di opporre una resistenza: è proprio il risultato di questo sforzo che caratterizza il rischio di soffrire per l'ansia.

Il GAD (DISTRUBO D'ANSIA GENERALIZZATA)è caratterizzato da un costante, e peraltro ingiustificato, senso di preoccupazione verso qualsiasi evento che raggiunge una tale gravità da causare una sintomatologia che persiste per almeno sei mesi.

I sintomi che possono comparire in questa patologia sono:

costante inquietudine: i soggetti temono il peggio e non possono controllare il loro stato d'ansia e di apprensione
dolori muscolari aumento dello stato di vigilanza
insonnia
difficoltà di concentrazione
sudorazione, tachicardia, vertigini, diarrea, ecc
cefalea

Questo disturbo può compromettere la qualità di vita delle persone che ne sono affette poiché esse vivono in uno stato di tensione continua:
si preoccupano non solo per gli eventi quotidiani della vita, per lo stress a cui sono sottoposti ma per qualsiasi cosa: i familiari, la salute, la situazione economica, il lavoro, il mondo che li circonda.


Un senso di ansia, a volte vago, altre greve, accompagna immancabilmente questi soggetti.
Sono irrequieti, tesi, hanno difficoltà a concentrarsi, per quanto stanchi non riescono a sedersi, non riescono a riposare.

La naturale conseguenza è un progressivo isolamento, prima dagli amici, poi dal lavoro, riducendo al minimo le proprie attività.

Alcuni sviluppano un episodio di depressione maggiore per cui si rivolgono allo specialista, altri, preoccupati per la loro salute, iniziano iter diagnostici e terapeutici dispendiosi e del tutto inutili Se non riconosciuto e curato, il disturbo d'ansia generalizzato può protrarsi per molti anni riacutizzandosi nei momenti di maggiore stress. 


















Chiunque puo' rivolgersi a noi per ricevere assistenza per se o per i propri familiari.
Offriamo, infatti, interventi personalizzati di assistenza e collaborazione domestica, tra cui:

Visite specialistiche
Assistenza familiare (badanti)
 Baby Sitter
Pulizie domestiche e aziendali
Accompagnamento visite mediche
Trasporto infermi
Corsi di Formazione
Ecc..

Progetto Famiglia con il suo team di esperti, ascolta il bisogno della famiglia e costruisce con lei il servizio piu' adeguato alle sue esigenze.

Dalla cura dell'anziano o disabile con personale qualificato, alla realizzazione di percorsi di sostegno psico-sociale e di integrazione con i servizi del territorio.

Ma non solo: organizziamo percorsi di tutoraggio e formazione per assistenti familiari (badanti) con l'obiettivo di fornire loro conoscenze di base sulle metodologie e le abilita' per svolgere al meglio le mansioni di cura e assistenza a persone anziane o disabili.




Filiale di Chiavari

Da oggi è ufficialmente operativa la filiale di S. Salvatore (GE), opererà nei comuni di : CHIAVARI, SESTRI L., RAPALLO, S. MARGHERITA, PORTOFINO e dintorni.
Per contattarli: tel. 347/9939364




     
 
 
Chiavari



Progetto Famiglia
San Salvatore di Cogorno (GE)
Corso Risorgimento, 262

Email: chiavari@progettofamiglianetwork.it


 

Centro Progetto Famiglia di CHIAVARI (GE)
Resp. Sig. De Santis Gennaro

Il centro assistenza domiciliare di Chiavari offre servizi socio-assistenziali e sanitari ad Anziani, Malati e Disabili a Chiavari e su tutti i comuni della zona.
Il Centro organizza nel piu' breve tempo possibile interventi di assistenza domiciliare per anziani, malati e disabili che necessitano di un aiuto o di un supporto al domicilio per diverse necessita', fra le quali l'igiene personale, la vestizione, il pasto, la compagnia, la vigilanza e la tutela, prevenzione piaghe o il supporto per la cura di determinate patologie.



SERVIZI SOCIO ASSISTENZIALI

Assistenza domiciliare diurna e notturna
Servizi di accompagnamento a persone anziane
Interventi domiciliari per l'igiene personale
Aiuto al bagno
Assistenza al pasto: preparazione e somministrazione
Assistenza alla mobilitazione: aiuto nell'alzata e messa a letto delle persone
E una gamma completa di servizi professionali di assistenza


ASSISTENZA IN OSPEDALE

Veglie, assistenza e aiuto sia notturno che diurno
Aiuto ai pasti


ASSISTENZA SANITARIA

Assistenza infermieristica e servizi fisioterapici al domicilio e presso il nostro ambulatorio.
Servizi Fisioterapici



CONSULENZA PSICOLOGICA

Sostegno psicologico alle persone anziane o disabili e ai loro famigliari
Supporto psicoterapeutico finalizzato alla cura di differenti psicopatologie
(ansia, depressione, disturbi della condotta alimentare, dipendenze)

L'assistenza, i servizi e le prestazioni erogate sono personalizzati sulle reali esigenze del paziente e della sua famiglia, anche per poche ore, occasionalmente o per un'emergenza, e' pero' possibile programmare con il centro Progetto Famiglia interventi assistenziali per un periodo determinato fino al raggiungimento di obiettivi prefissati.
Il servizio di assistenza a domicilio puo' anche essere continuativo o per lunghi periodi secondo le necessita' dell'assistito e della famiglia.



OPERIAMO ANCHE NEI COMUNI DI:

Sestri Levante
Chiavari
Lavagna
Rapallo
Portofino
Santa Margherita L.
Cogorno


 

Emilia Romagna:
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- Fiorenzuola
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Lombardia:
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Piemonte:
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Liguria:
- Chiavari (GE)
- Rapallo (GE)
- Sestri Levante (GE)


Lazio:
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Prossima Apertura
- Milano2
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- Latina
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- Imola
 
     
 
 

lunedì 22 luglio 2013

Buone Vacanze!

Progetto Famiglia Network augura a tutti una bellissima estate all'insegna dell'armonia in famiglia!





Ricordiamo dove potete trovarci e contattarci

   
 




Progetto Famiglia Network
Sede Legale: Via M. D'Azeglio,1
43036 Fidenza (PR)
Tel. 0524/400.280 Fax 0524/688.706
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Studio dell'università Cattolica di Lovanio

Per gentile concessione del CISF, pubblichiamo la relazione tenuta dal Prof. Philippe Meire, Vice Direttore della Clinica Psichiatrica dell'Università Cattolica di Lovanio.



Introduzione
Gli anziani ci sono sempre stati... Tuttavia, la situazione ha subito una profonda evoluzione quantitativa e qualitativa: una volta: i vecchi rap­presentavano i sopravvissuti abbastanza rari di un'ecatombe che colpiva le popolazioni più gio­vani (mortalità perinatale, epidemie, guerre, malattie acute...) e inoltre vivevano in un mondo dove la vulnerabilità era un destino comune. Non è il caso di idealizzare quel tempo, in cui i bambini nascevano molto spesso quando erano già morti i quattro nonni e perciò quando la famiglia non poteva essere multigenerazionale.
L'invecchiamento della popolazione, frutto del progresso medico e sociale, pone quindi dei problemi nuovi alla famiglia, che ne risulta profondamente trasformata. Ora, la risposta della fami­glia è largamente influenzata dalla cultura domi­nante della nostra epoca, dominata dal primato dell'oggettivazione, dalla volontà di dominio e dal prestigio dell'approccio medico. Questa ideolo­gia comporta un'oscillazione, che da una parte nega la vecchiaia, sempre evitata e rinviata, nella esaltazione dell'attivismo e dell'utilitarismo, e d'altra parte riduce la vecchiaia a una malattia che deve essere curata con la medicina, quando sopraggiunge l'ineluttabile vecchiaia stessa. Ve­dremo che questa ipermedicalizzazione della pro­blematica della vecchiaia provoca paradossal­mente un aggravamento dei fenomeni patologici, tramite la rottura della solidarietà familiare e amicale, l'incomprensione delle dinamiche affet­tive e l'espropriazione dell'anziano mediante mec­canismi di oggettivazione.
Se la famiglia vuol essere un luogo per «vivere, amare e morire», deve considerare l'anziano in maniera differente, con una visione del proble­ma che non lo chiuda più in se stesso, ma si apra all'altro come persona. Ciò si può realizzare uni­camente in una profonda interdipendenza fra l'an­ziano, la sua famiglia e gli altri in una società solidale. L'avanzamento negli anni esige che l'in­dividuo vada oltre l'immagine di se stesso, accet­ti questa perdita mediante un «processo di lutto» in cui abbandona le sue identificazioni e si apre ai nuovi avvenimenti. Senza dubbio, tale evolu­zione sarà possibile solo se è accompagnata e sostenuta dalla famiglia e dall'ambiente sociale. Questo dialogo con l'anziano nel suo progressivo evolversi provocherà a sua volta effetti sui paren­ti in una sorta di pedagogia del non-dominio e dell'interdipendenza. Solo un atteggiamento di esclusione o di negazione dell'anziano per­mette agli altri di illudersi sul loro pseudo-domi­nio e sulla loro indipendenza narcisistica.
Questo rimettere in causa i nostri desideri di dominio e le nostre comodità narcisistiche è par­ticolarmente violento nei casi di pazienti detti «dementi», con tutte le riserve che impone questo termine generico. Tale contatto può essere tal­mente sconvolgente da suscitare differenti rea­zioni di rigetto o di fuga. Quegli stati contrasse­gnano effettivamente i limiti della nostra raziona­lità, della nostra affettività e delle nostre con­vinzioni. Una riflessione sull'invecchiamento non può ignorare né quegli individui che vivono la «grande prova», né le loro famiglie che si dibat­tono in problemi materiali, psicologici ed etici. In simili momenti di solitudine, limitatezza e in­certezza estrema, s'impone più che mai la neces­sità della solidarietà fra l'individuo, la sua fami­glia e la società, attraverso umili atti creatori di umanità più profonda.

Il contesto socio-familiare
La famiglia si evolve...
Non è più «quella entità economica in cui si effettuava la produzione e che assicurava l'istru­zione, l'educazione, la previdenza sociale, la me­dicina e la composizione dei conflitti». Pertanto, in quel modello tradizionale, solo ad essa incom­beva la responsabilità del benessere dei genitori anziani. Un compito che di solito era assunto in un quadro di coabitazione diretta. Tuttavia, quel modello corrispondeva a un ambiente socio-eco­nomico particolare, poiché si trattava soprattutto dì una società rurale e agricola. Un modello che spesso è idealizzato ed evocato in maniera inge­nuamente nostalgica... Secondo parecchi autori, se esistevano le famiglie multigenerazionali, il loro numero doveva essere scarso per l'età media assai bassa e per l'età avanzata del matrimonio.
Ricordiamo che poco più di un secolo fa (fra il 1830 e il 1850), in Belgio l'età media della vita era di 37 anni per gli uomini e di 39 per le donne. Nel XVIII secolo, l'età in cui la maggioranza dei francesi perdeva il padre e la madre si concen­trava fra i 25 e i 35 anni, mentre oggi va dai 30 ai 60 anni. Così, su 100 bambini, soltanto 5 alla nascita avevano ancora vivi i loro quattro nonni. Oggi ce ne sono 41.
Inoltre, gli uomini si sposavano più tardi e in generale morivano prima che i loro figli più gio­vani raggiungessero l'età adulta, si sposassero e lasciassero il tetto paterno.
Nel XVIII secolo e in precedenza, le generazio­ni si succedevano, mentre ora si accavallano. Come diceva Ph. Ariès, «la storia della famiglia è ancora condizionata da idee false, che risalgo­no al modello costruito alla fine del XVIII secolo e all'inizio del XIX secolo dai filosofi illuministi e dai sociologi tradizionalisti... Ricorderò soltanto che la famiglia patriarcale non è mai esistita, almeno nelle nostre società». Tra queste idee false, c'è la nostra tendenza a idealizzare il pas­sato e a deplorare invece l'abbandono attuale dei vecchi da parte della famiglia.
La famiglia è cambiata. È diventata multigene­razionale, pur restando «nucleare», perché le varie generazioni non sono rimaste sotto lo stes­so tetto. Questa però non significa la fine della coesione familiare. Essa continua a svolgere un ruolo effettivamente essenziale nella vita quoti­diana, come sostiene la tesi dell'«intimità» a distanza. La famiglia fornisce assistenza («una risposta personale ai bisogni individuali dei suoi membri») e relazioni affettive intergenerazionali in cui si fondono indipendenza e solidarietà. Lo conferma il fatto che oltre la metà degli anziani che vivono soli o in coppia hanno un figlio che vive a meno di un'ora di distanza. Siamo lontani da certi miti sull'istituzionalizzazione degli anzia­ni. Secondo uno studio svolto da Jaumotte in Val­lonia e a Bruxelles:
- il 68% degli anziani vive nel proprio domi­cilio;
- il 27% degli anziani vive in famiglia;
- il 5% degli anziani vive in istituti.
Si verificano numerasi scambi fra genitori e figli, nei due sensi. Non di rado i genitori in pen­sione si rendono disponibili ai figli per sorveglia­re i nipoti, dare un aiuto nei lavori domestici, sbri­gare pratiche, senza contare l'aiuto materiale e finanziario alle giovani coppie di sposi...
Sembrano decisamente superati i titoli che comparivano sui giornali negli anni 1970: «La morte della famiglia», «Finita la famiglia?»... Si è invece tentati di dire: la storia della famiglia è recente ed è in sviluppo. La famiglia appare sempre più come un luogo privilegiato per lo sviluppo e la protezione degli individui. Tuttavia, solo molto di rado, gli studi sulla famiglia affron­tano il problema dell'invecchiamento e della mor­te dei genitori. Ora, il riferimento ai nostri ante­nati (soprattutto quelli che si sono conosciuti, ma anche quelli di cui si è sentito parlare) è di fondamentale importanza, perché contrassegna l'inserimento nella storia e la continuità della famiglia, e perché dà luogo a un tipo particolare di relazione. In modo speciale con la vecchiaia, perché, come ricorda Ormezzano, «la morte non si domina, la si razionalizza. Ci scontriamo con i nostri limiti nel rendere felice la vecchiaia di coloro ai quali siamo attaccati più visceralmente nell'amare e nell'odio: i nostri genitori. Ci è più facile accettare la vecchiaia negli estranei. Il no­stro desiderio di restituire loro tutto ciò che ci hanno dato in passato non è un dovere morale imposto dall'esterno né un conformismo, ma una esigenza interiore e profonda di reciprocità, di identificazione. Noi vorremmo che la fine della loro vita fosse tutta amore, per cancellare i con­flitti che non sono mancati nel corso degli anni e che condizionano ancora il presente».

La vecchiaia come malattia
Tuttavia, la famiglia può svolgere questo ruolo fondamentale solo se dispone dei mezzi per com­prendere e integrare le situazioni legate alla vec­chiaia. Lavorando con le famiglie, ci siamo resi conto come la vecchiaia, le sue caratteristiche, le sue difficoltà e le sue potenzialità sono ancora ben poco conosciute. II modello di spiegazione è quasi sempre la malattia: l'anziano è un adulto colpito da malattie, da polipatologie, come si dice oggi. Di conseguenza la medicina deve offrire i rimedi... e si crea una specie di spirale di medi­calizzazione. Ad essa si unisce comunemente una sensazione di frustrazione di fronte alla me­dicina, che può alleviare un certo numero di pro­blemi, ma non riesce ad impedire all'individuo di invecchiare, quindi di cambiare e di entrare in un'altra fase dell'esistenza. La vecchiaia è una età difficile da accettare: come avviene per gli adolescenti, che i genitori considerano ancora bambini, l'entourage degli anziani vorrebbe con­servare la loro immagine di adulti nel fiore dell'età, minimizzando le crisi della senescenza e gli adattamenti necessari.
Prima di parlare delle patologie dell'anziano, è quindi importante parlare della vecchiaia, infor­mare e creare in qualche modo un discorso col­lettivo sulla vecchiaia, che non riguardi solo la malattia, ma sia anche una riflessione sulle evo­luzioní e sugli elementi specifici della vita affettiva degli anziani, dei loro timori e delle loro spe­ranze, delle caratteristiche che sono loro proprie. Occorre anche ricordare che le sindromi psi­chiatriche più frequenti negli anziani sono i feno­meni ansiosi (oltre il 30% degli anziani soffrono di turbe ansiose) e depressivi (i disturbi depres­sivi si riscontrano in circa il 20% degli anziani). È innegabile che i fattori culturali contribuiscono notevolmente a produrre tali disturbi, anche se non ne sono le uniche cause: l'angoscia e il rifiu­to d'invecchiare sono onnipresenti. Se l'anziano è vissuto unicamente come un adulto malato ed handicappato, come evitare questi riflessi psico­logici? Un discorso esageratamente medico può rinforzare un insieme di preoccupazioni somati­che, che spesso prendono una piega ipocondria­ca. Allora c'è il pericolo di concentrasi solo sul corpo, che viene in primo piano considerato come oggetto medico.
Questo rischio esiste sia per l'anziano sia per l'entourage e per i curanti chiamati a intervenire. Certo, è proprio dell'essere umano cercare di respingere i limiti imposti dal corpo, di ritardare la malattia e la morte, ma proprio perché l'indi­viduo sente di non essere limitato al suo corpo. Oggi si è propensi a insistere esclusivamente su un aspetto unidimensionale, biologico, senza tener conto delle dimensioni immaginarie e sim­boliche della persona. Ora, è attraverso lo svi­luppo di queste dimensioni che si può superare l'invecchiamento del corpo, per ricuperarlo poi nella costruzione di nuovi significati.
L'individuo che invecchia corre effettivamente il grosso rischio d'identificarsi col suo corpo in maniera narcisistica, rifiutando la sua inevitabile alterazione, nel senso etimologico del termine. Si finisce così di sfociare in un sentimento de­pressivo d'abbandono o in un sentimento di per­secuzione da parte di quel corpo che invecchia, dì quel falso fratello, di quell'alter ego che arriva a tradirvi diventando fonte di preoccupazioni ipo­condriache.

Dinamica dell'invecchiamento
Ecco perché è importante passare attraverso fa distinzione fra la persona - emergenza mai compiuta di un'articolazione bio-psico-sociale - e le differenti istanze che contribuiscono alla sua costituzione, come il corpo, la sua immagine (che poggia sull'lo Ideale) e il ruolo sociale (sostenuto dall'Ideale dell'io). L'invecchiamento comporta una modifica, a volte drammatica, dell'immagine di sé e dell'ideale di sé, provocando una vera cri­si di identità. Ma questa crisi è appunto vissuta e percepita dolorosamente solo perché esiste un 4oggetto del tempo puro, del presente conti­nuo, fuori del tempo immaginario e cronologico delle nostre rappresentazioni. Tale divisione del soggetto permette di comprendere come il feno­meno universale dell'invecchiamento sia sentito in qualche modo come estrinseco al soggetto: non ci si vede come vecchi (e d'altronde neppure come giovani: ci si vede in un continuo presen­te, in qualche modo eterno) ed è l'immagine o il mito ad informarci del nostro invecchia-mento.
Si pensi a questa osservazione tanto frequente negli anziani che arrivano all'ospedale: «Qui ci sono solo dei vecchi», dimenticando che essi spesso hanno un'età molto superiore alla media; o a quella deliziosa vignetta di Faizant in cui si vede un'anziana signora dire al suo vecchio ma­rito: «Certo, tu mi ami ancora... ma quando sarò vecchia?».
Credo che tale fenomeno, legato alla divisione del soggetto, sia essenziale per affrontare il pro­blema della psicologia dell'invecchiamento. In­nanzi tutto, può chiarire tutta l'ambivalenza degli anziani in rapporto all'uso di parole che riguar­dano l'invecchiamento: vecchio, vecchia, anzia­no, terza età, ecc... C'è qualcosa di perfettamen­te sano nel rifiuto di essere identificati con il proprio corpo, con la propria immagine o con la propria posizione sociale. La persona non è solo quello: se l'identificazione diventa etichettatura, abbiamo a che fare con il meccanismo dell'insul­to. Nella nostra società, in cui predomina il punto di vista biologico e materialista, la parola «vec­chio» è percepita solo in senso negativo.
È una delle ragioni per cui bisogna essere mol­to prudenti prima di organizzare iniziative desti­nate esclusivamente agli anziani, perché in que­sto modo confermiamo una condizione che può essere paralizzante. Questo non vuol dire neppu­re, secondo una moda opposta, ma in fondo anche essa riduttrice nel suo rifiuto, che si debba ne­gare il problema dell'invecchiamento... parlare di «sempre giovani» e far credere che tutto è sempre possibile ad ogni età. Ci sono dei cicli di vita inevitabili, che provocano crisi personali, non sostanzialmente differenti dalle crisi precedenti.
Erik Erikson ha molto insistito sui diversi cicli della vita, a partire dalla prima infanzia, che mo­dificano le nostre identificazioni. In fondo, il pro­blema dell'invecchiamento si pone per noi fin dall'inizio: a cominciare dall'infanzia, dobbiamo affrontare il problema dell'alterazione, cioè, alla lettera, del diventare un altro, e questo non av­viene senza dolore e difficoltà. Non per nulla, la maggior parte delle ricerche che studiano l'adat­tamento all'invecchiamento e l'equilibrio psicolo­gico degli anziani insistono sul ruoto della perso­nalità antecedente («Si invecchia come si è vis­suto», diceva Ajuriaguerra). Le crisi della senescenza si distinguono soprattutto per la loro in­tensità, tanto che si potrebbero paragonare alle crisi dell'adolescenza. Ho precisato «le» crisi della senescenza, perché è chiaro che la vec­chiaia non è uno stato uniforme, ma un processo continuo su cui sì possono inserire diverse crisi: ambiente di vita, menopausa, partenza dei figli, pensionamento, malattia, vedovanza, dipendenza.
Perché si parla tanto di crisi della senescenza allo stesso modo in cui si parla dell'adolescenza e in cosa si somigliano? Due caratteristiche ren­dano queste crisi difficili e a volte dolorose:
1. L'immagine di sé, fondamento del nostro narcisismo primario, si modifica profondamente. Nelle persone che invecchiano, come negli ado­lescenti, il corpo si modifica e la percezione di sé ne è turbata. Ora noi sappiamo come la perdita dell'immagine di sé può essere all'origine della angoscia e della sensazione di vuoto. C'è tutto un lavoro di destrutturazione e poi di ristrutturazio­ne psichica; in sostanza si deve realizzare una elaborazione di «lutto», un lutto della propria immagine. L'invecchiamento implica un lavoro psichico: c'è una elaborazione dell'invecchia­mento, come c'è l'elaborazione del «lutto», e non sono né il lutto né l'invecchiamento ad essere patologici, bensì l'arresto dell'elaborazione a causa del rifiuto, della repressione, ecc.;
2. Non si modifica solo l'immagine di sé, ma viene meno il significato, l'ideale dell'io, veico­lato dal mito personale e collettivo... L'elaborazio­ne del lutto che ho ricordato può avvenire solo attraverso la simbolizzazione, la formazione di un nuovo linguaggio personale.
Ora, anche in questo caso, troviamo un punto comune con l'adolescenza: manca un discorso sociale sull'invecchiamento, o è molto limitato. Come per l'adolescente, c'è un vuoto simbolico, legato in parte al fatto che tale situazione, anche perché dura più d'una volta, è relativamente nuo­va per la nostra società, in parte anche ad una povertà simbolica, a un'elusione del problema del senso che provoca un ripiegamento narcisistico sul corpo. Non per niente la risposta offerta alle inquietudini e alle domande degli adolescenti e degli anziani, è molto spesso una risposta me­dica.
Nei contatti con gli anziani e con la loro fami­glia, è veramente sorprendente constatare che ogni comportamento, anche la reazione più natu­rale del soggetto a una situazione penosa, è in­terpretato nel senso della malattia e della mino­razione. È necessaria tutta una « pedagogia d'un diverso approccio » nei riguardi della vecchiaia.

Un approccio diverso al problema
Si deve relativizzare ogni visione che tende a oggettivare, che isoli l'anziano in un approccio riduttivo (sia esso medico, economico o psico­logico), per offrirgli un approccio diverso, di apertura, o meglio ancora un «ascolto» che per­metta al soggetto di esprimersi e di farsi cono­scere. La dinamica dell'invecchiamento ci porta a scoprire che l'anziano è sempre di più di ciò che vediamo, sentiamo e pensiamo di lui: «Il suo essere supera sempre l'immagine che possiamo averne. Salo il nostro immaginario può aspirare a toccare con mano la realtà dell'altro...». «Cono­scere l'altro significa aspettare che si manifesti come persona, che renda percettibile ciò che è realmente, e quando si è manifestato, aspettare ancora...».
Con Jean Tritschler, noi pensiamo che i «i vec­chi delle nostre società vivano due drammi che si sviluppano attorno a due concetti ambigui ma assai diffusi nella società: la nozione di utilità e quella di indipendenza». Noi sentiamo continua­mente lamentele di vecchi o osservazioni su di essi che riguardano la loro inutilità o la loro per­dita di indipendenza. Così si misura tutto il peso delle immagini e degli ideali sociali che riducono l'utilità allo scambio materiale e il processo di personalizzazione a una ricerca d'indipendenza. Chi può dire che l'altro o noi stessi siamo inutili, se non in una riduzione in cui il fare prende il sopravvento sull'essere, l'immagine sul divenire? Quanto al mito della nostra indipendenza, non dobbiamo ammettere di essere ben ciechi di fronte alla realtà della nostra interdipendenza, al punto di tentare una fuga in avanti?
Nei confronti delle persone anziane, sono sem­pre presenti le tentazioni di riduzione, di ogget­tivazione e di esclusione. Per evitare di ricono­scere la nostra fragilità, la nostra debolezza, sia­mo tentati incessantemente di ritrovare un senti­mento di dominio in un rifiuto più o meno masche­rato da buone intenzioni. Ad esempio, volendo far morire i vecchi dignitosamente prima che perdano la coscienza, dimenticando che la dignità sta nello sguardo, nella tenerezza e nella speran­za di chi li accompagna... Queste tentazioni sono universali, e ciò significa che gli anziani, i loro parenti e i loro curanti hanno bisogno della soli­darietà di tutti, della loro attenzione e del loro sostegno.
Non nego che i sanitari nei reparti di geriatria hanno a volte l'impressione di essere abbando­nati con i loro pazienti, vittime dello stesso rifiu­to o dell'indifferenza cortese di chi li vuole igno­rare in una gerontofobia generalizzata. Allora, che cosa pensare dell'angoscia di certe famiglie che affrontano e sopportano per lungo tempo le situazioni complesse legate agli scompensi psico­-organici degli stati demenziali? Quegli stati ri­guardano solo una piccola porzione di anziani (5% di ultrasessantacinquenni, ma già il 20% degli ultraottantenni), ma suscitano un tale coin­volgimento della nostra fragilità e limitatezza davanti a quella notte apparente della ragione e dello sviluppo di personalizzazione che non pas­siamo dimenticarli.

Il sostegno alle famiglie
Sono le famiglie a vivere giorno dopo giorno la maggior parte delle difficoltà incontrate dagli anziani. Ricordiamo le statistiche del Belgio: solo il 5% degli anziani vivono in istituti e del restan­te 95% malti sono inseriti nella rete familiare di reciproco aiuto; il 27,5% di questi ultimi vivono anche con un figlio. Perciò i componenti della famiglia sono certamente i primi ad offrire un aiuto. Spesso si chiede loro molto e a volte trop­po, al punto che l'entourage familiare diventa i1 «paziente occulto» della situazione. Le diverse crisi legate all'avanzamento dell'età, i gravi pro­blemi di salute, gli adattamenti familiari, le divi­sioni dei ruoli: tutto questo turba l'equilibrio fa­miliare. La coesione di quel sistema particolare che è la famiglia può essere gravemente scon­volta. Il sistema familiare può produrre soluzioni, aggiustamenti o compromessi, che a loro volta diventano fonti di problemi o di conflitti in una spirale di crisi.
Non insisteremo mai abbastanza sulla doman­da di aiuto e collaborazione reciproca, che deve esserci nel contatto con le famiglie. Esse sono dei pionieri in situazioni a volte molto difficili. Se tutti parlano oggi, a giusto titolo, di cure do­miciliari, bisogna anche capire cosa si chiede a certe famiglie. Una recente tesi di laurea in scien­ze medico-sociali, discussa all'Università Catto­lica di Lovanio, sul vissuto della coabitazione ge­nitore anziana-figlio adulto, ci informa o ci con­ferma in maniera convincente sul carico fisico e soprattutto psicologico che sì assumono quei «fi­gli» (a volte di 50 anni o più), spesso ai limiti dell'esaurimento fisico e morale. Le famiglie af­fermano di essere spesso sconvolte dai proble­mi psico-geriatrici, ignare dei vari aiuti possibili e isolate nelle loro difficoltà. Questo può ingene­rare diverse turbe nella sfera familiare, oltre a indurre a un ricovero in ospedale o in istituto in una atmosfera d'urgenza e sensi di colpa. L'aiuto a coloro che aiutano comprende numerosi aspetti, fra cui i colloqui con la famiglia sano solo un anello della catena, che deve essere preceduto dal lavoro di prevenzione e accompagnato da nu­merose forme di aiuto psico-sociale meno appa­riscenti rispetto alla creazione di nuove strutture (ospizi, case di riposo...), ma molto più vicine alle famiglie e al loro desiderio di tenere a casa loro gli anziani.

Conclusioni
Mi sembra quindi che sarebbe veramente rivo­luzionario affrontare sul serio il fenomeno dell'invecchiamento e della nostra inevitabile «alte­razione». In effetti, proporre una politica per i vecchi o per la terza età (se si vuol essere più garbati) è certamente utile, ma terribilmente am­biguo se gli anziani vengono separati dagli altri cittadini. Mentre è insufficiente rispetto all'obiet­tivo. Una vera politica dell'invecchiamento do­vrebbe ricadere come un boomerang sulla socie­tà, ponendole gli interrogativi della solitudine, della limitatezza e dell'incertezza, che essa è tentata di scaricare sopra una minoranza. L'ac­cettazione degli anziani nella nostra vita familiare o sociale resta problematica: basti pensare all'aumento drammatico dei suicidi con l'avanzare degli anni. In generale non si tratta di patologie psichiatriche, come nella psicosi depressiva, ma piuttosto di atti di natura reattiva. L'isolamento è il fattore principale di rischio e, a questo pro­posito, si è parlato di una « morte sistematica » che precede la morte reale. Anche altri fattori, come l'insicurezza materiale, l'inattività, la ma­lattia e le infermità sensoriali sono fattori di ri­schio. Come non temere che l'investimento affet­tivo attuale della società nel mito del corpo per­fetto e della vita efficiente, nel suo ideale di dominio e nella sua perentoria negazione di altre dimensioni personali, non prepari una grande angoscia rispetto alla vecchiaia, molto più che nei confronti della morte? Non si tratta di accu­sare sistematicamente la società, ma è un fatto che quegli atti compiuti dagli anziani, al di fuori di precise turbe psicopatologiche, sono una sfida e un appello alla nostra solidarietà e alla nostra immaginazione.
Se le risposte sono difficili e incerte, porsi questi interrogativi è un passo preliminare al ri­fiuto dell'oggettivazione e una condizione per la instaurazione di un vero rapporto personalizzato. Manifestando ciò che è nel fondo del cuore di tutti, incominciamo a prendere gli anziani sul se­rio, perché hanno vissuto e vivono, in maniera a volte drammatica. «Si parla di anziani, non si parla con loro». Non ascoltarli non significa solo respingere le persane magari a favore di finalità o idee, anche molto nobili, ma anche mutilare noi stessi, perché anche noi siamo parte di quel rap­porto fra vita e morte, desiderio e limitatezza. È se pare che la persona non possa più esprimersi, ricordiamoci che il suo corpo rimane il simbolo della sua storia, «il memoriale di una vita, di una presenza che si è espressa, di un mistero che ha irradiato luce attorno a sé, senza mai esaurirsi del tutto».
Quando curiamo, tocchiamo o abbracciamo un corpo anche colpito dalla malattia, o in apparen­za disfatto, noi testimoniamo a noi stessi e agli altri che i corpi sono qualcosa di più che oltre­passa i corpi stessi. Ci ricordiamo anche che la elaborazione riguardante la personalizzazione passa attraverso la prova del tempo e del lutto nei confronti dei nostri investimenti narcisistici. La maniera con cui rispondiamo all'invecchiamen­to degli altri condiziona l'immagine che attribuia­mo a noi stessi nella ricerca della nostra uma­nità.

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