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(ANSA) - ROMA, 26 OTT - La crisi fa male anche alla salute
dei giovani: in 5 anni e' complessivamente peggiorata, con un
aumento del 10% dei malati cronici.
Sono 12 milioni infatti gli italiani, in maggioranza over 55,
che convivono con due o più malattie croniche ma ora è "allarme
giovani". L'11% tra i 25 e i 40 anni e il 30% tra i 40 e i 55 ,
soffre già di almeno due patologie croniche e autoimmuni. Colpa
soprattutto della crisi economica che compromette la
possibilità di stili di vita adeguati e rende più fragile il
sistema immunitario. In tutto sono due milioni, il 10% in piu'
rispetto a cinque anni fa.
La colpa, spiegano i medici internisti riuniti per il 114°
Congresso Nazionale della Società Italiana di Medicina Interna
(SIMI), a Roma dal 26 al 28 ottobre, è soprattutto della crisi
economica, che non consente agli italiani uno stile di vita
adeguato, fatto di alimentazione sana, movimento, prevenzione
attraverso check-up regolari, e li espone così a una probabilità
due volte e mezzo più alta di sviluppare malattie croniche come
diabete ipertensione, bronchiti che vanno ad aggiungersi a
quelle autoimmuni come le sindromi metaboliche, le patologie
reumatologiche, epatologiche e intestinali sempre più diffuse.
I pazienti con piu' di una una multi-morbilità vanno
affrontati in modo globale per non rischiare l'eccesso di
terapie: oggi 5 milioni di under 55 prendono in media 4-5
farmaci al giorno e il 20% è esposto al rischio di trattamenti
inappropriati per la mancanza di una "guida" che individui la
patologia principale e adotti un piano terapeutico efficace e
adeguato. È questo il compito degli internisti, i medici "della
complessità" che dovrebbero visitare i pazienti con due o più
patologie almeno una volta all'anno. I "Doctor House" italiani
sono oltre 11mila e gestiscono 39mila posti letto, per un
totale di oltre 1,2 milioni di ricoveri l'anno.
"Nei giovani adulti stili di vita inadeguati, fatti di diete
poco equilibrate e sane, di sedentarietà e cattive abitudini
come il fumo o l'alcol, contribuiscono a provocare un sempre
maggior numero di casi di patologie metaboliche,
cardiovascolari, respiratorie che vanno dall'ipertensione al
diabete, alla bronchite cronica - spiega Gino Roberto Corazza,
presidente SIMI - La crisi economica oggi rende più fragile la
popolazione anche nelle fasce più giovani, perché compromette la
possibilità di compiere scelte di salute: per molti è diventato
difficile, oltre che acquistare cibi sani o permettersi un
abbonamento in palestra, perfino prendere l'auto per andare a
correre al parco o fare analisi di routine''.
"Oggi gli under 55 prendono in media 4 o 5 farmaci al giorno e
un paziente su cinque è esposto al rischio di trattamenti
inappropriati per la mancanza di una 'guida' che individui una
patologia principale e adotti un piano terapeutico efficace''
commenta Alessandro Nobili, responsabile del Laboratorio di
valutazione della qualità delle cure dell'Istituto Mario Negri
di Milano. (ANSA).
L'abitudine a mangiare di continuo? Potrebbe essere tutta colpa di un
"gene della fame" che fa aumentare l'appetito e rallenta il metabolismo.
A identificarlo gli studiosi della Cambridge University, nel Regno
Unito, che ne hanno descritto il funzionamento in uno studio pubblicato
sulla rivista Cell. Studiando 2101 persone gli scienziati hanno scoperto
che coloro che avevano una particolare mutazione di un gene chiamato
KSR2, erano più affamati e bruciavano un numero inferiore di calorie
rispetto a coloro che avevano una variante normale dello stesso gene.
"Un'alimentazione migliore e l'attività fisica aiutano a tenere sotto
controllo il peso - evidenzia il professor Sadaf Farooqi, che ha
condotto la ricerca - tuttavia alcune persone non ci riescono,
continuano a ingrassare, e il nostro studio dimostra che questo e'
dovuto in parte a fattori genetici".
Una possibile cura per questo tipo di problemi potrebbe venire in futuro
dalla metformina, un principio attivo utilizzato per la cura del
diabete, perché come gli studiosi hanno evidenziato riduce l'ossidazione
degli acidi grassi nelle cellule con la mutazione del gene KRS2.
Secondo
una nuova ricerca, dormire servirebbe al cervello per effettuare
"grandi pulizie". Per eliminare le scorie del metabolismo cellulare,
infatti, il cervello non può usare il sistema linfatico come il resto
del corpo, perché è isolato dalla barriera ematoencefalica. Il sistema
alternativo a cui ricorrre - detto glinfatico - consuma però una tale
quantità di energia da impedirgli di alimentare contemporaneamente anche
lo stato cosciente
Permettere la ripulitura del cervello da scorie potenzialmente
neurotossiche. Sarebbe questa la ragione per cui si è evoluto il sonno,
secondo una ricerca condotta presso il Centro di neuromedicina
dell'Università di Rochester diretto da Maiken Nedergaard, ora pubblicata su “Science”.
Tutti
noi abbiamo bisogno di un adeguato numero di ore di sonno per
“funzionare” bene il giorno successivo e mantenerci in salute. Tuttavia,
le ragioni per cui dormiamo non sono state chiarite a fondo. Risultati
recenti hanno dimostrato che il sonno aiuta a memorizzare e consolidare i
ricordi, e a elaborare migliori schemi comportamentali. Per quanto
importantissima, questa funzione non sarebbe in grado però di spiegare
l'evoluzione del sonno: i soli benefici che essa comporta non sembrano
infatti sufficienti a compensare il rischio legato alla vulnerabilità in
cui ci si trova dormendo, né a spiegare adegiatamente i gravissimi
sintomi che si manifestano in chi viene privato a lungo del sonno.
Per
cercare di capire quale possa essere la funzione di base del sonno, nel
nuovo studio i ricercatori hanno esaminato il cervello di un gruppo di
topi - il cui sistema nervoso centrale è molto simile a quello degli
esseri umani – alla luce di una recente scoperta fatta da Nedergaard e
colleghi sul sistema di smaltimento dei rifiuti metabolici cerebrali.
La
tempestiva rimozione di questi rifiuti è essenziale per evitare
l'accumulo incontrollato di proteine tossiche, un fenomeno che si
riscontra pressoché in tutte le patologie neurodegenerative. Tuttavia,
nel cervello la rimozione delle scorie cellulari potenzialmente tossiche
non è garantita dal sistema linfatico come nel resto dell'organismo, a
causa della barriera ematoencefalica, che controlla strettamente ciò che
entra ed esce dal cervello.
Lo scorso anno il gruppo di
ricerca di Nedergaard aveva scoperto l'esistenza a livello cerebrale di
un nuovo sistema che si comporta in modo molto simile a quello
linfatico, controllando il flusso del liquido cerebrospinale attraverso
l'azione delle cellule gliali (per questo, il sistema è stato battezzato
"glinfatico").
Confronto
fra la circolazione interstiziale del fluido cerebrospinale in un topo
sveglio e in uno che dorme. (Cortesia V. Altounian/Science/AAAS)L'ipotesi
avanzata dai ricercatori era che durante il sonno il sistema glinfatico
fosse più attivo. Grazie a nuove, sofisticate tecnologie di imaging,
come la microscopia a due fotoni, i ricercatori hanno potuto osservare i
moti del fluido cerebrospinale in vivo confermando che il sistema
glinfatico è quasi dieci volte più attivo durante il sonno, e che
mentre si dorme viene rimossa una quantità di proteina beta ammiloide
significativamente più elevata di quanto avvenga da svegli.
Ma
non solo: hanno scoperto che questo meccanismo di smaltimento dei
rifiuti è estremamente energivoro: "Il cervello ha a propria
disposizione solo una quantità limitata di energia; e a quanto pare si
trova costretto a scegliere tra due diversi stati funzionali: essere
sveglio e cosciente, o addormentato e dedito alle pulizie”, ha detto
Nedergaard.
Un'altra sorprendente scoperta fatta nel corso della
ricerca è che durante il sonno il flusso del liquido cerebrospinale
negli spazi interstiziali del cervello aumenta del 60 per cento, come se
le sue cellule in qualche modo si “stringessero” per permettere un
lavaggio più efficace del tessuto cerebrale.
l premio Nobel 2013 per la Medicina, il primo della serie a essere
annunciato, è stato assegnato a due studiosi americani, James Rothman e
Randy Schekman, nonchè al tedesco Thomas Sudhof per, si legge nella
motivazione, le loro scoperte sulle modalità di "controllo estremamente
preciso" con cui le cellule organizzano il sistema di "trasporto e
distribuzione del proprio carico". I tre scienziati si suddivideranno
una ricompensa da 8 milioni di corone svedesi, pari a oltre 918.000
euro.
Hanno scoperto il meccanismo con cui le cellule organizzano
le loro attività all'interno e comunicano con l'ambiente che le
circondano: tutto grazie ad un sistema vescicolare con cui molecole e
proteine possono essere spostate da un compartimento all'altro della
cellula, ad esempio per avere ulteriori complessazioni o per essere
portate sulla membrana cellulare, oppure per liberare verso l'esterno
sostanze e comunicare con le altre cellule come avviene con il rilascio
dei neurotrasmettitori tra le cellule nervose nelle sinapsi.
È
d'accordo sulla tripla assegnazione del premio Edoardo Boncinelli,
genetista all'università Vita-Salute San Raffaele di Milano, secondo cui
gli studi dei tre Nobel "rappresentano le fondamenta per chiarire i
meccanismi cruciali nel funzionamento delle cellule e per contrastare un
gran numero di patologie, come la fibrosi cistica e molte malattie del
sistema nervoso". Boncinelli paragona l'importanza delle scoperte dei
tre scienziati ai semafori in città: sono cioè fondamentali. Giuseppe
Novelli, genetista e neo rettore dell'Università Tor Vergata di Roma,
sottolinea che "è sulla base degli studi condotti da Schekman, Südhof e
Rothman che oggi si poggiano le ricerche su alcune patologie come
l'Alzheimer e il Parkinson, ma anche le ricerche che spiegano come
nascono le emozioni".
Silvio Garattini, direttore dell'Irccs di ricerche farmacologiche Mario
Negri di Milano, sottolinea che il meccanismo di trasporto delle
cellule è "fondamentale anche per capire il meccanismo d'azione di molti
farmaci, e per scoprirne e svilupparne di nuovi, perché le
vescicole-navicella possono anche diventare bersagli per lo sviluppo di
nuove medicine".
Per questo Randy Wayne Schekman, James Rothman e
Thomas Sudhof hanno vinto il Nobel per la Medicina. Randy Wayne
Schekman (nato il 30 dicembre, 1948 ) è un biologo cellulare americano
presso la Berkeley in California ex caporedattore della prestigiosa
rivista Proceedings of National Academy of Sciences. I suoi studi di
laboratorio si sono concentrati sulle descrizioni molecolari del
processo di assemblaggio della membrana e del traffico vescicolare nelle
cellule eucariotiche.
Nel 2002 ha ricevuto il premio Albert Lasker
per la ricerca medica di base e il Louisa Gross Horwitz Prize della
Columbia University insieme a James Rothman proprio per la loro scoperta
del "traffico" della membrana cellulare, processo che le cellule usano
per organizzare le loro attività e comunicare con il loro ambiente.
Nel 2013 è stato eletto membro straniero della Royal Society, con la seguente motivazione.
Thomas
C. Sudhof (nato il 22 dicembre 1955 a Gottingen , Germania) è un
biochimico noto per i sui studi sulla trasmissione sinaptica . Dal 1986,
i suoi studi hanno chiarito molte delle principali proteine che mediano
le funzioni presinaptiche. Il suo lavoro ha posto le basi per la nostra
attuale comprensione scientifica del rilascio di neurotrasmettitore
vescicola -mediata, e il suo lavoro continua concentra sulla specificità
di sinaptogenesi e manutenzione sinaptica. Sudhof si trasferì negli
Stati Uniti nel 1983, dove ha iniziato la formazione post-dottorato nel
dipartimento di genetica molecolare presso l'Università del Texas Health
Science Center a Dallas. Durante la sua borsa di studio post-dottorato,
Sidhof lavorato per descrivere il ruolo del recettore LDL nel
metabolismo del colesterolo, per cui Brown e Goldstein hanno ricevuto il
Premio Nobel per la Fisiologia e la Medicina nel 1985. Nel 2008, si
trasferisce alla Stanford University ed è attualmente Professore presso
la Scuola di Medicina e Professore di Fisiologia Cellulare e Molecolare,
Psichiatria e Neurologia. James E. Rothman (nato nel 1947), infine, è
professore di Scienze Biomediche dell'Università di Yale e presidente
del Dipartimento di Biologia Cellulare presso l'Università di Yale
Medical School. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Premio
Louisa Gross Horwitz presso la Columbia University e il Premio Lasker
Albert per la ricerca medica di base. Rothman ha iniziato la sua
carriera presso il Dipartimento di Biochimica dell'Università di
Stanford nel 1978. Era alla Princeton University dal 1988 al 1991 prima
di venire a New York per fondare il Dipartimento di Biochimica e
Biofisica Cellulare al Memorial Sloan -Kettering Cancer Center, dove è
stato anche vice presidente. Rothman è membro della National Academy of
Sciences. .
Il
premio Nobel per la medicina e la fisiologia del 2012 è stato
attribuito a John B. Gurdon e Shinya Yamanaka per aver dimostrato con le
loro ricerche la possibilità di riprogrammare cellule adulte in cellule staminali pluripotenti
L'Accademia di Stoccolma ha riconosciuto quest'anno il Premio Nobel per
la Medicina e la Fisiologia a John B. Gurdon e Shinya Yamanaka, per i
loro"studi sulle cellule staminali che hanno aperto le porte ad
applicazioni cliniche di enorme importanza."
Il
biologo britannico John B. Gurdon è unanimemente riconosciuto come uno
dei pionieri nella ricerca sulle staminali. Già nel 1962 scoprì,
lavorando sulle rane, che la specializzazione delle cellule è un
processo reversibile, cambiando uno dei dogmi della biologia dello
sviluppo di allora. Egli riuscì a inserire il nucleo di una cellula
intestinale matura in cellule uovo immature. La cellula così modificata
diede poi origine a un girino.
Quarant'anni più tardi, Shinya
Yamanaka, ha dimostrato in che modo cellule mature di topo possono
essere riprogrammate per dare origine a cellule staminali immature.
L'aspetto più sorprendente della ricerca, fu che bastò l'introduzione di
soli pochi geni per riprogrammare le cellule mature in cellule
staminali pluripotenti, in grado a loro volta di differenziarsi in tutte
le cellule dell'organismo.
Inizialmente
accolta con scetticismo, la scoperta di Gurdon dimostrò la sua validità
e fu successivamente applicata e confermata nei mammiferi. Rimaneva
solo una questione, cruciale tuttavia per le applicazioni cliniche: lo
stesso processo di riprogrammazione poteva essere indotto in cellule
intatte, cioè senza inserire il nucleo di un'altra cellula?
Che
la risposta fosse affermativa si è scoperto solo nel 2006, grazie agli
studi di Yamanaka, il quale, una volta individuati i geni in grado di
mantenere le cellule staminali embrionali in vitro nel loro stato di
pluripotenza, è riuscito a utilizzare quegli stessi geni per
riprogrammare cellule mature e farle diventare pluripotenti.
Chi è John B. Gudron La
fortunata linea di ricerca di John Bertrand Gurdon, classe 1933, inizia
nel 1958, quando, nell’ambito del PhD in zoologia presso l’Università
di Oxford, nel Regno Unito, riesce a trapiantare il nucleo di una
cellula somatica di rana del genere Xenopus, sulla falsariga di
un analogo lavoro di Robert Briggs di sei anni prima con cellule di
blastula. Negli anni successivi, le ricerche vennero perfezionate fino
al risultato del 1962, pubblicato sul “Journal of embryology and
experimental morphology”. La discussione generata dal risultato porta,
tra l’altro, alla prima utilizzazione nota del termine “clone”, rimasta
in voga da allora in campo biomedico.
Fino al 1971 rimane a
lavorare a Oxford, dove sviluppa la tecnica di microiniezione di
molecole di RNA messaggero, largamente utilizzata negli anni successivi,
in ovociti di Xenopus al fine di identificare le proteine
codificate e la loro funzione. Successivamente si trasferisce
all’Università di Cambridge, prima al Dipartimento di Biologia
molecolare poi, a partire dal 1983, a quello di Zoologia. Negli ultimi
due decenni, le sue ricerche si sono focalizzate sui fattori di
segnalazione intercellulare che portano alla differenziazione delle
cellule e sulla riprogrammazione dei nuclei trapiantati, tra cui la
demetilazione del DNA.
Nella sua lunga carriera, Gurdon ha fatto
parte di numerosi istituti di ricerca, tra cui il Wellcome/CRC Institute
for Cell Biology and Cancer, di cui è stato direttore fino al 2001, ed è
stato membro del Nuffield Council on Bioethics, tra il 1991 e il 1995,
nonché del Magdalene College di Cambridge, tra il 1995 e il 2002. In suo
onore, l’Istituto di Biologia cellulare del Wellcome Trust/Cancer
Research è stato ribattezzato Gurdon Intitute nel 2004. Nel 2009 è stato
insignito del Premio Albert Lasker for Basic Medical Research.
Chi è Shinya Yamanaka Nato
nel 1962, Shinya Yamanaka ha dedicato la sua carriera alla ricerca
sulle cellule staminali adulte. Laureatosi in medicina all’Università di
Kobe e conseguito il PhD all’Università di Osaka, ha condotto i suoi
studi e insegnato in numerosi istituti e università giapponesi e non:
Gladstone Institute of Cardiovascular Disease dell’Università della
Californa a San Francisco (1993-1995), Università di Osaka (1996-1999),
Nara Institute of Science and Technology (199-2003) Institute for
Frontier Medical Sciences (2004-2010). Attualmente è direttore del
Center for iPS Cell Research and Application dell’Università di Kyoto.
Nel
2006 è avvenuta la pubblicazione del risultato che gli è valso la fama
scientifica, oltre al Premio Nobel appena attribuito: la generazione di
cellule staminali pluripotenti a partire da fibroblasti adulti di topo.
Nel 2007, l’ulteriore, fondamentale progresso, con la replicazione del
risultato con fibroblasti adulti umani.
L’ansia non è solo un limite o un disturbo, ma riconosciuta e
analizzata può diventare uno strumento di analisi di se stessi ed essere
UTILIZZATA come una RISORSA.
Almeno un terzo della popolazione mondiale ha avuto o potrà avere un disturbo d’ansia nel corso della propria vita.
Questo perché l’ansia è una condizione FISIOLOGICA, utile in molti momenti della vita.
E’ UTILE a proteggerci dai rischi, a mantenere lo stato di allerta, a migliorare le prestazioni.
L’ansia BUONA, fisiologica e funzionale rappresenta una sollecitazione
che ci muove e ci fa selezionare gli stimoli con maggiore attenzione.
In realtà non potremmo vivere senza ansia e senza di essa molte emozioni
sarebbero più sbiadite, meno intense e suggestive. Pensiamo ad un
incontro con una persona che ci attrea e ci interessa e al corollario di
emozioni che accompagna questo evento…
L’ansia può essere quindi uno STRUMENTO o un LIMITE a seconda dell’USO che ne facciamo o del modo in cui la viviamo.
L' ansia è una risposta sostanzialmente fisiologica ad una sollecitazione interna o esterna che il cervello riceve.
La percezione che normalmente si ha dell'ansia è, nel linguaggio comune,
di qualcosa di fastidioso, che procura disagio o addirittura sofferenza
nell'individuo.
Ogni giorno almeno dieci persone ci rispondono alla fatidica domanda
"Come stai?" con una risposta che ci fa capire che sono ansiosi.
"Sto correndo per non perdere l'autobus" ,
"Ho un appuntamento tra dieci minuti" ,
"Voglio arrivare in tempo per federe la partita" ,
"Scusa, ma mi chiudono i negozi" , oppure
"Domani ho un esame, chissà…" .
Tutti questi nostri amici e noi stessi sappiamo che per realizzare tutte
quelle cose abbiamo assolutamente bisogno di una spinta, di una
sollecitazione che ci muove e ci fa selezionare gli stimoli con
attenzione.
In realtà non potremmo vivere senza ansia: immaginiamoci ad attraversare
la strada, ad aprire una porta in risposta al campanello, a prepararci
per un esame.
Senza l'ansia tutti questi comportamenti non potrebbero prevedere la
capacità d'adattamento per rispondere ad uno stimolo che
compare,talvolta d'improvviso a modificare i nostri equilibri, mentre
altre volte lo conosciamo in anticipo e dobbiamo solo organizzarci.
Esiste quindi una condizione connaturata con l'individuo, fatta di
attese, di preparazione, di sforzo, che fornisce una risposta a ciò che
internamente o esternamente ci sollecita.
L'ansia nasce quindi anche dai ricordi o dalle emozioni, dalla
elaborazione di quello che ci è successo in passato o che potrà
accaderci in futuro.
E poi c'è quella forma di ansia del tutto sconosciuta e maldestra, che
proviene dall'inconscio, che non sappiamo razionalizzare e che ci
attanaglia perché sfugge ad ogni identificazione.
Paradossalmente questa condizione di tensione è quella che corrisponde all'equilibrio.
Non potremmo vivere senza questa situazione squilibrata di equilibrio.
Eppure il più delle volte non ce ne rendiamo conto:
ci aspetteremmo che il benessere venga dall'assenza di stimoli, mentre
questa condizione ideale corrisponde solo alla "non esistenza" .
Il sonno stesso, ritenuto come una condizione di allontanamento dagli
stimoli esterni, è invece un immenso crocevia di sollecitazioni inconsce
e di elaborazioni necessarie per la vita della nostra esistenza.
Bisogna quindi effettuare una sostanziale divisione tra ansia fisiologica o normale e ansia patologica.
L'elemento che li distingue è la percezione che noi riceviamo dal
cervello e dal corpo che lo stato di attesa è solo un punto di
passaggio, un ponte capace di farci nuovamente reagire, che ci rende
pronti ad una sollecitazione che ci stimola.
La differenza fondamentale tra la normalità e la malattia dell'ansia
consiste quindi nella percezione di disagio che proviamo quando siamo di
fronte alla tensione, alla preoccupazione, al malessere che sentiamo in
assenza di stimoli esterni o interni.
È ansia quindi il sentirci pronti a reagire anche quando non avremmo
motivo o bisogno di essere reattivi, quando siamo pronti a scattare e
nulla ci allarma, quando proviamo una serie di segni fisici o
psicologici anche se potremmo sentirci tranquilli e rilassati. E quando
tutto ciò agisce dolorosamente sia su di noi che su quelli che a noi
stanno vicini.
Negli ultimi 30 anni si è potuto verificare come almeno un terzo della
popolazione mondiale ha avuto o potrà avere un disturbo d'ansia nella
loro vita:si è sempre pensato che i traumi psicologici potessero essere
all'origine dei disturbi d'ansia mentre ora sappiamo con certezza che ,
nella maggior parte dei casi l'origine dell'ansia va addebitata
sostanzialmente ad un disturbo, ad una malattia del cervello.
Quest'impostazione non esclude la componente psicologica, né quella ambientale, sociale o educativa.
Andiamo incontro ad un'integrazione, in cui dovremo accettare che anche i
disturbi psicologici, come quelli fisici sono il risultato di una
d'integrazione tra il nostro corpo e la nostra mente.
L'ansia è dunque il crocevia tra come siamo fatti e come il mondo estremo interagisce con noi.
Il risultato è che non potremo mai sperare di vivere senza ansia per
quanto le regole impegnative del mondo ci impongono degli adattamenti a
cui tentiamo di opporre una resistenza: è proprio il risultato di questo
sforzo che caratterizza il rischio di soffrire per l'ansia.
Il GAD (DISTRUBO D'ANSIA GENERALIZZATA)è caratterizzato da un costante,
e peraltro ingiustificato, senso di preoccupazione verso qualsiasi
evento che raggiunge una tale gravità da causare una sintomatologia che
persiste per almeno sei mesi.
I sintomi che possono comparire in questa patologia sono:
costante inquietudine: i soggetti temono il peggio e non possono controllare il loro stato d'ansia e di apprensione
dolori muscolari aumento dello stato di vigilanza
insonnia
difficoltà di concentrazione
sudorazione, tachicardia, vertigini, diarrea, ecc
cefalea
Questo disturbo può compromettere la qualità di vita delle persone che
ne sono affette poiché esse vivono in uno stato di tensione continua:
si preoccupano non solo per gli eventi quotidiani della vita, per lo
stress a cui sono sottoposti ma per qualsiasi cosa: i familiari, la
salute, la situazione economica, il lavoro, il mondo che li circonda.
Un senso di ansia, a volte vago, altre greve, accompagna immancabilmente questi soggetti.
Sono irrequieti, tesi, hanno difficoltà a concentrarsi, per quanto stanchi non riescono a sedersi, non riescono a riposare.
La naturale conseguenza è un progressivo isolamento, prima dagli amici,
poi dal lavoro, riducendo al minimo le proprie attività.
Alcuni sviluppano un episodio di depressione maggiore per cui si
rivolgono allo specialista, altri, preoccupati per la loro salute,
iniziano iter diagnostici e terapeutici dispendiosi e del tutto inutili
Se non riconosciuto e curato, il disturbo d'ansia generalizzato può
protrarsi per molti anni riacutizzandosi nei momenti di maggiore stress.
Chiunque puo' rivolgersi a noi per ricevere assistenza per se o per i propri familiari.
Offriamo, infatti, interventi personalizzati di assistenza e collaborazione domestica, tra cui:
Visite specialistiche Assistenza familiare (badanti) Baby Sitter Pulizie domestiche e aziendali Accompagnamento visite mediche Trasporto infermi Corsi di Formazione Ecc..
Progetto Famiglia con il suo team di esperti, ascolta il bisogno della famiglia e costruisce con lei il servizio piu' adeguato alle sue esigenze.
Dalla cura dell'anziano o disabile con
personale qualificato, alla realizzazione di percorsi di sostegno
psico-sociale e di integrazione con i servizi del territorio.
Ma non solo: organizziamo percorsi di
tutoraggio e formazione per assistenti familiari (badanti) con
l'obiettivo di fornire loro conoscenze di base sulle metodologie e le
abilita' per svolgere al meglio le mansioni di cura e assistenza a
persone anziane o disabili.
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di S. Salvatore (GE), opererà nei comuni di : CHIAVARI, SESTRI L.,
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Centro Progetto Famiglia di CHIAVARI (GE)
Resp. Sig. De Santis Gennaro
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necessita', fra le quali l'igiene personale, la vestizione, il pasto, la
compagnia, la vigilanza e la tutela, prevenzione piaghe o il supporto
per la cura di determinate patologie.
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